Light of My Life: la recensione del film diretto e interpretato da Casey Affleck presentato al Festival di Berlino 2019

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Light of My Life: la recensione del film diretto e interpretato da Casey Affleck presentato al Festival di Berlino 2019

Non serve essere genitori per sapere che il mondo in cui viviamo non è un posto poi così tranquillo, e che crescere sicuri e protetti dai vari aspetti della cattiveria umana non è cosa facile. I genitori, però, lo sanno più di altri, perché quella consapevolezza la vivono sulla loro pelle tutti i giorni; e in particolare - anche prima del #MeeToo - lo sanno i genitori di figlie femmine.
Se poi non serve essere genitori per poter apprezzare questo buon debutto nella regia di Casey Affleck (regia di finzione, certo: prima c’era stato il geniale I’m Not There), di certo esserlo, e esserlo di figlie femmine,  regala qualche attorcigliamento di stomaco in più.
Forse anche essere figlie, perché, come scrive Martin Amis in “La vedova incinta”: «È il modo in cui ti tengono in braccio quando sei piccola. La tua mamma di latte è una casa - è te, e tu sei lei. Ma tuo padre. Lui è più grande e più forte, e tu fiuti l'uomo. È il modo in cui ti tengono in braccio quando sei piccola. Non ti sentirai mai più così protetta in tutta la tua vita»

In Light of My Life incontriamo Affleck e la giovane Anna Pniowsky - padre senza nome e figlia soprannominata Rag, - sdraiati all’interno di una tenda piantata nei boschi.
Lui le racconta una storia, una storia inventata di volpi, di diluvi, di separazioni e di arche, e di una volpe maschio che salva la sua sposa e tanti altri animali e esseri umani.
Anche lui è un padre che cerca di proteggere la figlia, che spaccia per maschio alle rare persone che incontrano lungo il loro cammino. Perché il loro mondo è un mondo post-apocalittico, e l’apocalisse è stata una peste che ha sterminato tutte le donne del pianeta o quasi: e se in qualsiasi mondo post-apocalittico la rapacità umana dilaga, lo sappiamo bene, in un mondo post-apocalittico dove gli uomini sono rimasti senza donne, dilagano ancora di più i loro peggiori istinti, e un padre è costretto allora a far di tutto per proteggere la sua bambina, giunta oramai alle soglie della pubertà.

Girato come un survival-movie in versione indie, tutto crepuscolare e silenzioso ma ricco di tensione, imploso e emotivamente potente, Light of My Life paga sicuramente qualche debito nei confronti di “La strada” di Cormac McCarthy, ma è capace di evitare ogni forma di plagio e di declinare la storia in maniera personale.
Di stratificare dentro il suo racconto - che è lineare, essenziale e coinvolgente - tanto le questioni di genere quanto quelle che riguardano, con tutta evidenza e appena qualche sottolineatura di troppo, il fatto che prima o poi un padre deve lasciar andare una figlia, o un figlio: perché la sua protezione non potrà mai essere totale, e perenne.

Nonostante ogni suo gesto sembri negarlo, negli occhi del padre di Affleck (bravo come sappiamo possa esserlo) la consapevolezza dei suoi limiti c’è tutta e c’è sempre, fin dalle prime scene.
Una consapevolezza che viene condivisa con lo spettatore, e rende ancora più tesi i momenti in cui sono costretti alla fuga, o ad affrontare pericoli imminenti o concreti, che raccontano qualcosa di più complesso della violenza del patriarcato cattivo.
Oltre a quella consapevolezza, poi c’è anche lo sterminato amore che un padre può provare per una figlia, e la sua occasionale e colossale goffaggine di fronte al trauma della sua crescita. E questo rende i suoi sforzi, e i suoi momenti d’intimità con Rag, ancora più struggenti: come quando ricorda il momento in cui ha saputo che lei, nella pancia della madre, sarebbe stata una bambina; o quando la figlia diventa narratrice e cambia di segno, e genere, il finale di quella storia che papà gli ha raccontato all’inizio del film.
Un simbolismo chiaro, che preannuncia un finale capace di dire cose molto meno ovvie di quanto possa apparire, nel suo intreccio complesso di trama, sentimenti, metafore e considerazioni universali, sociali e personali.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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